lunedì 14 dicembre 2015

Netflix: quali sono i migliori provider?

Ormai tutti sapranno che Netflix è approdato anche in Italia ma, ad oggi, qual è il livello qualitativo offerto, grazie ai provider italiani ed europei? Proviamo a scoprirlo insieme.


Netflix si contraddistingue soprattutto per la presenza di parecchie serie televisive, ma nelle scorse ore ha rilasciato alcuni dati con cui gli operatori telefonici dovranno avere a che fare da oggi in avanti.

La società ha pubblicato una pagina statistica in cui riporta la velocità media di connessione durante lo streaming dei contenuti presenti con i diversi provider internet (ISP). Non si tratta di un valore assoluto delle potenzialità della connessione ad internet, ma il valore che il servizio ottiene facendo una media durante uno stream in prima serata, che naturalmente ha alti e bassi in relazione alla effettiva esigenza di banda. Un valore più elevato comunque si traduce in tempi di buffering inferiori e un'esperienza d'uso migliore.


Nella tabella vediamo quelli che sono i risultati per il primo periodo analizzato fra i diversi operatori telefonici. Spicca al primo posto Fastweb, seguito da Wind che precede Telecom Italia. L'operatore leader occupa quindi il gradino più basso del podio, seguito a breve distanza da Tiscali e Vodafone. Chiudono la classifica dei Top 7 EOLO (NGI) e Linkem, questi ultimi due operatori wireless. I restanti usano invece soprattutto connessioni DSL e in fibra, tecnologia che si afferma lentamente nel nostro paese.

Questi dati acquisiscono maggiore valore se li confrontiamo con altri paesi nostri "vicini". Fra quelli europei abbiamo scelto di riportare Germania, Regno Unito e Francia, tutti in grado di superare i nostri valori con una certa disinvoltura, anche se non in maniera così netta come mostrato da altri studi effettuati in passato. È chiaro che gli utenti che sottoscrivono Netflix hanno infrastrutture di rete in grado di rispondere alla richiesta di banda, quindi sono fra i più fortunati tra i residenti in Italia.




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lunedì 7 dicembre 2015

Francia: stop temporaneo alle reti Wi-Fi pubbliche e a TOR?

La Francia, sconvolta dai recenti attentati, sta lavorando molto duramente per mettere in pista alcune direttive volte al rafforzamento della sicurezza a 360°, coinvolgendo anche l'ambito tecnologico che ha giocato un ruolo fondamentale nella pianificazione delle stragi.


In base a quanto pubblicato da Engadget, che a sua volta cita Le Monde, sarebbe stata compilata una sorta di "wish list" da parte degli enti impegnati a salvaguardare la sicurezza nazionale, comprendenti azioni di natura temporanea o definitiva. 

Una delle richieste destinata a far più discutere è quella di poter bloccare la rete Wi-Fi pubblica in caso di stato di emergenza o particolari necessità, giustificando la cosa con la grande difficoltà di dare un'identità alle persone collegate e conseguentemente a distinguere i malintenzionati dai normali utenti, un fattore chiave quando la situazione è calda. 

L'altra richiesta è quella di un ban definitivo della rete TOR in tutta la Francia, sempre per lo stesso motivo.

Si tratta di richieste, occorre essere chiari, motivo per cui tutto potrebbe anche finire nel nulla. Limitazioni di questo tipo possono rivelarsi veramente difficili da applicare anche dal punto di vista tecnico; stiamo inoltre tralasciando la considerazione che la rete TOR è usata moltissimo anche da persone "pulite" e non certo solo da terroristi, pusher e farmacisti dalla ricetta facile. 

La questione inoltre deve seguire l'iter parlamentare, probabilmente a partire da gennaio, motivo per cui è davvero presto per capire quali saranno le azioni reali che verranno applicate fra tutte quelle proposte nella "lista dei desideri". 

Vero è che gli attentati hanno molto scosso l'opinione pubblica e non solo, il tutto in un contesto politico che potrebbe spianare la strada ad azioni senza compromessi in nome della lotta al terrorismo, anche a scapito di qualche libertà personale.
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sabato 5 dicembre 2015

Big data: 500 Società nel mondo e 33 in Italia

Internet moltiplica le possibilità di registrare, raccogliere ed elaborare enormi quantità di dati e questo fornisce gli elementi alle Società che posseggono le informazione la possibilità di misurare gli esseri umani.


Sono 20 anni che si parla di dare un senso a tutti quei dati che ogni giorno vengono raccolti e, grazie al digitale, i segnali ricevuti dalle apparecchiature elettroniche di largo consumo, possono essere raccolti, ma soprattutto interpretati e valorizzati.

Quando nacque l'idea di data mining, all’inizio degli anni Ottanta, anche per i manager più ancorati al passato fu chiaro che nei dati "nascosti" nei sistemi aziendali c'era conoscenza, non sfruttata e di valore. Il colpo di grazia è arrivato con la possibilità di accedere facilmente a fonti esterne. 

Parliamo di social media, archivi pubblicati sul web, open data della pubblica amministrazione, i database statistici. La possibilità di accedere a nuove informazioni e la capacità di calcolo hanno permesso di studiare algoritmi in grado di prevedere fenomi complesse, dal diffondersi delle epidemie ai cambiamenti del mercato. Il tutto in tempo reale. Per una volta le chiavi di questa nuovo strumento non sono esclusivo appannaggio dei grandi provider di tecnologia. Esistono anche startup dei Big data.

A dire il vero sono poche. In tutto il mondo se ne contano meno di 500, e hanno ricevuto finanziamenti da investitori istituzionali dal 2012 ad oggi per un totale di 14,48 miliardi di dollari.

In Italia una recente indagine ne ha individuato soltanto 33, il 58% delle quali fondate dal 2013 ad oggi. Una nicchia ma su cui vale la pena puntare. A scommettere sui piccoli dei grandi dati sono i big.

Le aziende che vogliono trarre vantaggio dal cloud, dal mobile e dai Big Data, ha dichiarato Alan Boehme, Cto di Coca-Cola, devono preferire le startup alle Big dell’It.
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venerdì 4 dicembre 2015

Batterie al Sodio

Tutti noi, ogni giorno, utilizzano per i nostri devices le (ormai) classiche batterie agli ioni di litio. Queste ultime, però, non solo iniziano a diventare poco affidabili e longeve (e probabilmente ve ne sarete accorti) ma, data la risorsa scarsa, il loro approvvigionamento inizia a diventare complicato.


La maggior parte delle riserve di litio disponibili sul pianeta, e sfruttabili dal punto di vista commerciale, si trovano nell'America Latina (Bolivia, Cile, Argentina) e questo rende la disponibilità delle stesse suscettibile alle instabilità politiche. 

Fin da quando le batterie al litio sono arrivate sul mercato, il mondo della ricerca si è interrogato sulla possibilità di individuare un sostituto al litio, vedendo nel sodio un candidato promettente. 

Disponibile in abbondanza sul pianeta (2,6% nella crosta terrestre, rispetto allo 0,06% del litio), ha la caratteristica di avere delle similitudini chimiche con il litio. L'ostacolo più grosso per l'impiego del sodio nella costruzione di batterie è però rappresentato dallo sviluppo di elettrodi adatti. 

Alla fine di novembre un gruppo di ricercatori francesi del CNRS (Centro Nazionale per la Ricerca Scientifica) e del CEA (Commissione per l'energia atomica e alternativa) ha annunciato di aver prodotto, in collaborazione con la Research Netwrok on Electrochemical Energy Storate, un prototipo di batteria agli ioni di sodio che può conservare un quantitativo accettabile di carica, in un formato simile a quella di una pila stilo AA.


I ricercatori non hanno spiegato come abbiano realizzato l'elettrodo negativo, proteggendosi con un generico "segreto commerciale", ma nel mese di ottobre gli stessi ricercatori hanno richiesto un brevetto per un elettrodo caratterizzato da una struttura stratificata che prevede l'impiego di un composto di ossido di titanio. 

Laurence Croguennec, scienziato dei materiali presso il CNRS, ha spiegato:

La chimica è molto simile a quella delle batterie al litio e da questo punto di vista non ci sono particolari difficoltà. I meccanismi sono gli stessi e tutto il processo industriale per la loro produzione è il medesimo

Il sodio è però un portatore di carica meno efficiente rispetto al litio, caratteristica che va a condizionare la tensione erogata dalla batteria e che impone quindi l'individuzione di materiali adeguati in grado di compensare il problema. 

Se le batterie agli ioni di sodio riusciranno a raggiungere lo stesso livello delle batterie al lito rappresenta ancora un interrogativo aperto.

Lo sviluppo dell'elettrodo ha richiesto sei mesi, quindi questo ci offre una speranza di miglioramento. Le performance rilevate sono abbastanza buone come punto di partenza e i materiali possono essere ulteriormente ottimizzati

ha spiegato Croguennec.

Per il momento le batterie al sodio hanno una capacità di stoccaggio di 90Wh/kg, comparabile a quella delle prime batterie al litio, e una vita utile di 2000 cicli di carica/scarica:

Non siamo ancora vicini ai livelli di energia che è possibile riscontrare, per esempio, nelle automobili Tesla.

Lo stoccaggio di energia da fonti rinnovabili è l'applicazione attualmente più interessante per le batterie al sodio, dato che possono essere più economiche per unità di energia stoccata e sono dimensionalmente scalabili come le batterie al litio. Anche se i prototipi realizzati sono ancora lontani dalla maturità commerciale, i ricercatori hanno affermato di essere in trattativa con possibili partner.
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giovedì 3 dicembre 2015

Andy Rubin (padre di Android) e la sua nuova creatura

Oggi parliamo del Andy Rubin, uno dei nomi più altisonanti nel processo di creazione dell'OS Android (ancor prima che Google lo comprasse anni fa) che il 31 ottobre 2014 annunciava di essersi licenziato da Google per dedicarsi alle start-up, seguendo i progetti hardware delle aziende emergenti


Ora, Rubin ha dichiarato che starebbe valutando l'idea di tornare sul mercato degli smartphone, e questa volta non sul software, ma sull'hardware. Stando a quanto scrive The Information, infatti, quest'ultimo sarebbe interessato a produrre un dispositivo Android.

L'informatico avrebbe già iniziato a scandagliare il terreno in cerca delle persone chiave per forndare una nuova realtà. Non è chiaro, invece, se Andy Rubin vorrà di fatto dirigere questa società, o semplicemente fondarla e lasciare l'incarico a terzi.

La compagnia potrebbe essere finanziata attraverso Playground Fund, l'incubatore di start-up che lo stesso Rubin ha fondato alcuni mesi fa dopo la sua partenza da Google dell'autunno scorso.

Il fondo ha raccolto fino ad oggi circa 300 milioni di dollari e vanta l'apporto di Redpoint Ventures e collegamenti con importanti venture capitalist. Il fondo al momento ha investito soprattutto su progetti innovativi legati all'intelligenza artificiale o alla domotica, ma pare che Rubin sia interessato al mercato degli smartphone Android come nuova area per una rinnovata possibilità di business e per effettuare futuri investimenti.

Andy Rubin ha lasciato la divisione Android nel mese di marzo del 2013, e ha abbandonato del tutto Google un anno dopo, nel mese di novembre, dopo aver supervisionato alcune acquisizioni per conto della società legate soprattutto al mondo della robotica. L'informatico ed imprenditore saprà ritagliarsi uno spazio nel sovraffollato mondo Android? La risposta ce la darà solo il futuro, anche se al momento non sembra un'impresa semplice.

I produttori cinesi occupano ormai con perentoreità i segmenti bassi del mercato, e gli unici spazi lasciati disponibili sono nella fascia alta, dominata tuttavia da nomi importanti che sono riusciti ad occupare quelle posizioni nel corso degli anni.

La stessa Google parrebbe interessata ad entrare in questa categoria di prodotto, progettando in proprio la componentistica interna dei dispositivi. Insomma, se decidesse di tornare in campo il lavoro di Rubin non sarà certamente semplice.
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mercoledì 2 dicembre 2015

Yahoo!: la storia di un declino?

Ricordate questo giorno. Potrebbe presto arrivare una svolta per una delle Società che ha fatto la storia di Internet.


Nonostante l'approdo di Marissa Mayer a Yahoo! e la sua strategia di svolta abbiano portato qualche tangibile risultato nelle varie trimestrali, pare che il consiglio di amministrazione sta iniziando a dubitare dell'effettiva possibilità di un reale cambio di passo. 

Secondo il Wall Street Journal, sul tavolo sono state ventilate varie possibilità di cessione, dal pacchetto azionario del 15% di Alibaba sino a tutte le attività core. Le varie possibilità saranno discusse dal consiglio nel corso della settimana, ma sembra probabile che il futuro di Yahoo! prosegua su una strada differente da quella di oggi. 

Attualmente l'asset più significativo sono proprio le quote di Alibaba, il gigante cinese dell'e-commerce, che Yahoo! ha pensato più volte di vendere. I piani di cessione non si sono mai concretizzati per via di dubbi e preoccupazioni riguardanti gli oneri fiscali. 

Se Yahoo! dovesse decidere di cedere la quota azionaria di Alibaba uscirebbe dall'operazione sicuramente indebolita, ma anche l'altra opzione di cedere a terzi le attività core-business la renderebbero poco più che una semplice holding del pacchetto azionario del colosso orientale. 

Nei prossimi giorni, sicuramente, saranno rilasciati nuovi dettagli.
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martedì 1 dicembre 2015

Contenuti pirata 4K provenienti dai canali Netflix e Amazon

Sembra che i team di pirati siano riusciti a trovare un accorgimento per copiare in locale film, serie TV e show televisivi da Netflix ed Amazon anche alla risoluzione 4K.


Fino ad oggi era sostanzialmente impossibile trovare i "WEBRip" alla massima risoluzione, ma qualcosa è cambiato nelle scorse ore negli Stati Uniti, dove gli utenti hanno visto fioccare numerose release alla risoluzione più elevata disponibile, anche se non ancora molto diffusa.

Gli stream disponibili sui vari servizi online sono solitamente protetti con lo standard HDCP v2.2, ritenuto estremamente sicuro fino ad oggi.

Esatto, fino ad oggi, infatti, le prime apparizioni nei canali pirata del web fanno pensare che lo standard sia stato in qualche modo scardinato. I primi leak 4K provenienti da Netflix erano stati avvistati alcuni mesi fa, ma si è trattato di casi isolati e non c'è stata una vera e propria diffusione di massa come quella che abbiamo visto nei giorni scorsi.

I nuovi leak provengono sia da Amazon che da Netflix, ed è quindi abbastanza logico pensare che i due servizi siano stati violati indirettamente, con i team pirata che sono andati a colpire il sistema di protezione dalle copie utilizzato dai due servizi.

Non si tratta di sorgenti scalate a risoluzioni superiori come quelle che si trovavano fino ad oggi, ma di veri e propri contenuti 4K originali provenienti dai due servizi, a volte grandi anche decine e decine di gigabyte.

Viene spontaneo chiedersi come i vari gruppi siano riusciti ad aggirare le protezioni di HDCP 2.2. La risposta più ovvia pare essere lo sfruttamento dei set-top-box Amazon Fire TV e Roku 4K che utilizzano standard meno sicuri per la protezione. La Fire TV usa l'HDCP 1.4b che supporta i contenuti Amazon 4K a 23,976 fps e non quelli di Netflix. Per questi ultimi è probabile che sia stato utilizzato il nuovo media player Roku.

Con lo spargimento dei contenuti originali di Netflix e Amazon sul web è evidente come stia nascendo l'esigenza di disporre di protocolli di sicurezza più efficaci sul web, e siamo certi che proprietari dei diritti d'autore e dei servizi di streaming faranno il possibile per evitarne la diffusione in larga scala.

È preoccupante notare, infine, che negli ultimi periodi la pirateria consente di accedere illegalmente a prodotti e servizi di qualità simile, o addirittura identica, a quelli originali.

Ve li ricordate i messaggi introduttivi presenti sulle copie dei vostri DVD, che si prendevano gioco degli utenti  dicendo che i contenuti pirata venivano "registrati" in condizioni amatoriali e che la qualità audio risultava scarsa?
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